INTERFACCE

Interfacce

Enciclopedia Chimica

Tetraclorometano: composto chimico appartenente alla famiglia dei Cloro Alcani, liquido incolore a temperatura ambiente, densità superiore a quella dell’acqua (d= 1,54 g/cm3), insolubile in acqua.

Gli Dei che ci danno vita e salute, possano infondere chiarezza al mio pensiero e al mio parlare.

Da lungo tempo si questiona tra i saggi su ciò che a noi poveri mortali pare il più grande misterio del mondo in cui fummo tutti chiamati a vivere.

E certo non vi furon domande più ripetute, né argomenti più dibattuti su quale sia la sostanza dello Universo tutto. Su dove cioè sia la fine e l’inizio dell’Alcano e dell’oceano d’acqua che lo sovrasta e se una nave che navighi su di esso sempre verso l’orizzonte, debba alfin giungere nel Paese degli Dei come raccontano gli antichi scritti, oppure se strada migliore non sia quella d’innalzarsi più che si possa nel gran mare d’acqua poco denso che lo sovrasta.

Molti saggi mossero il loro ingegno e le risorse loro tutte per giungere a dar risposta a questo enigma, e posero loro stessi in gran periglio non tenendo in debito conto le Sacre Scritture. E taluni, insistendo nell’errore, giustamente pagarono con la vita la loro eresia non tornando più da viaggi avventati e sanza speranza.

Ora successe alcuni cicli fa, che alcuni dotti di Thlu, basandosi su certi loro misteriosi scritti, che taluni dissero provenire da Sopra ma che peraltro nessuno mai vide, ebbero a sostenere una strana e orribile teoria che molto stupì gli studiosi del tempo.

A parer di costoro l’oceano Alcano e l’acqua che sopra vi scorre non sono piani paralleli come sempre fino ad allora si era postulato, ma bensì, strano a dirsi, una sfera che l’altra contiene.

Ognuno può vedere come ribaltando le leggi naturali, si possa giungere a strane conclusioni, dal che una nave, ponendo sempre la prua all’orizzonte, sarebbe prima o poi tornata al punto di partenza. Non solo, ma alcuni tra di loro spinsero a tal punto il proprio ardire, da sostenere essere il Mondo intero composto da un gran mare d’acqua in cui vagano infinite sfere di terra e di alcano, tal che una nave che si innalzasse abbastanza, potrebbe prima o poi raggiungere una di coteste sfere e magari entrarvi e soggiornare a piacimento suo per poi tornare là donde era salpata.

Ed è evidenza per tutti come invece l’alcano stia sotto e l’acqua sopra e noi tutti abitiamo in terre bagnate da quello e sommerse dall’altra.

Se noi abbiamo qui ricordato queste pazze idee, che già alcuno a suo tempo prese per vere e che oggi sono del tutto dimenticate, non è per riattizzare inutile polemica su cose che ognuno può riconoscere di per sé manifestamente false, quanto per dare adeguata introduzione ad uno scritto da me rinvenuto che ci pare non meno incredibile e fantasioso di quanto sopra riportato.

Questa “Vera Historia della navigazione del capitano Naisa ai confini del mondo” è giunta a noi in modo del tutto casuale dopo esser caduta per lungo tempo nell’oblio.

Risulta infatti che essa fu affidata da detto capitano ad uno dei suoi figli in punto di morte e che egli, ritenendola frutto di vaneggiamenti senili, l’avesse riposta in uno stipo ove giacque dimenticata per due generazioni. Messer Trilio, discendente del capitano e mio carissimo amico, preso possesso della casa avita e rinvenutala, ha ritenuto fosse meritevole di una mia valutazione.

Ora la presentiamo al vostro giudizio così come ci è pervenuta premettendo un solo avvertimento: molti sono i racconti di cose strane accadute ai naviganti e sappiamo quanto poco degni di fede essi siano per la maggior parte, per cui si prenda quanto descritto come una gradevole e curiosa fantasia, ché elucubrarci sopra sarebbe inutil spreco di forze e d’intelletto, se non cosa peggiore, portare all’eresia chi sanza la dovuta prudenza si lasciasse trasportare dalla propria immaginazione in territori falsi e bugiardi in spregio alla nostra comune fede.

Vera Historia della navigazione del capitano Naisa ai confini del mondo

Dovete adunque sapere che per desiderio di acquistar maggior onore e ricchezze, nell’anno dodici e nel mese di Dhet, io mi apparecchiai di armare una nave per un viaggio alla volta della terra di Sanvari che si dice si distenda a più di cento cicli di distanza.

Come piacque dunque agli Dei, scelsi per mio uso la nave che mi parve adatta alla bisogna e armatala sanza badare a spese e caricatala di stoffe e unguenti ch’io contavo di rivendere nei ricchi porti di quel lontano paese, levai le ancore da Talmakan, fornito di un equipaggio di venti ardimentosi.

I primi cicli di viaggio furono, con il favore degli Dei, quanto di meglio potessi desiderare, ché la nave procedeva in traverso di un vento d’acqua teso e regolare che molto spazio ci fece percorrere con le vele ben tese e le derive tutte abbassate.

Ormai da più di 30 cicli avevamo lasciato la visione della terra nostra, che il vento iniziò a scemare con regolarità e in capo a poco tempo ci trovammo tutti abbonacciati, con le vele flosce dai pennoni e l’alcano liscio e sanza increspature fin dove l’occhio potea arrivare.

Questa inerte situazione continuò per più cicli, e tanto maggiore era la nostra impazienza di continuare il viaggio, ché l’apparire di chiari segni dava per certa la vicinanza di terra, tanto più prevaleva lo scoramento per il non poter più muovere la nave in quelle condizioni.

Eran questi segni alcune travi di berillio che avevamo visto galleggiare e soprattutto lo scorger alti in volo alcuni pesci che certi affermano non allontanarsi mai troppo da terra.

Così avvenne che stimando vicina la nostra meta, presi partito di ordinare agli uomini di mettersi ai remi e di vogare di gran lena.

Ora, alcuni di noi, vedendo esser troppo pesante la nave, e con lentezza fendere l’alcano trattenuta da esso per sua virtù, pensarono che avremmo tratto vantaggio dall’alleggerirci e ciò mi proposero.

Oh, sciagurato consiglio! Se assennatamente rintuzzata la mia avidità e volontà di riprender presto il viaggio, io non l’avessi ascoltato!

Invece, parvemi buono il loro argomentare e ordinai che si gettasse molta zavorra e che s’aprissero un poco le valvole delle sacche dell’idrogeno.

Non ci avvedemmo così che per un picciol vantaggio immediato, avevamo messo in atto la causa di tanta parte della nostra futura ruina.

Sempre ringraziando gli Dei per quell’idea che a tanti era parsa felice, per molto vogammo e sempre parendoci così vicina la nostra meta, molti dei nostri più valenti uomini non si peritarono di andar oltre le forze che la natura avea loro concesso, perciocché alfine si ritrovarono stanchi e spossati oltre misura e purtuttavia continuavano a vogare, convinti di veder presto apparire la nostra meta.

Accadde a tal punto che da lunge si vider segni manifesti di un brusco mutar del tempo. Egli fu che il colore dell’acqua sopra le nostre teste, dal blu scuro che è il suo normale, mutò prestamente in grigio e oltre a ciò, in lontananza scorgemmo grosse bolle di alcano che veleggiavano tra i venti, cosa che tra tutti i marinai è segno certo di mutamento.

Difatti, di lì a poco, si levò un vento leggiero che, pur venendoci contrario, ci permise di mutare assetto lasciando finalmente la bonaccia. Esso fu accolto da tutti con grida di gioia e presti ringraziamenti agli Dei e subito alzammo le vele e abbassate le derive ci disponemmo alla bolina.

Ora successe che la nave, che tanto era stata alleggerita, all’abbassare delle derive, per la spinta che l’alcano faceva su queste, tutta s’era alzata fuor da esso che niuna parte dello scafo se non la poppa lo toccava. Vedendo io il fatto come stava, per certo ne riconobbi il periglio, ma poiché io credeva esser l’approdo tanto vicino, stimai non intraprendere manovra alcuna onde più rapidamente arrivare, credendo di poter vincere in velocità la tempesta che s’appressava.

Quanto grande fu lo mio errore e quante sventure ne portò!

Adunque, trovandoci con tutte le vele spiegate e con le derive mezze fuori dall’alcano, subito il vento rinforzò e noi iniziammo a terzarolare, ma per disgrazia una raffica colse molti di coloro che si erano inerpicati sulle antenne, facendone cadere nell’alcano tre, mentre gli altri colti da gran timore, chi più lestamente e chi meno, si lasciaron scivolare in coperta aggrappandosi alle sartie di dritta. Tra onde d’alcano alte come montagne, il vento d’acqua rinforzò ancora e la nave, colpita appieno sulle vele, si chinò fino a toccare la superficie con l’albero di maestra. Tale fu la gran paura che nessuno si mosse, rimanendo ancorato al posto suo ognuno come meglio potea, e metteva ordine nei peccati dell’anima sua raccomandandosi alla pietà degli Dei. Tanto vegliava su di noi la grazia divina che la nave per miracolo a poco a poco si raddrizzò e subito ci risolvemmo a tagliare i cavi, onde le vele ancora piene d’acqua furon tosto portate via lontano. Io non dubito che pochi minuti di quella burrasca impetuosa, che sanza possibilità alcuna di governo ci trovammo ad affrontare, ben più addietro ci riportasse di quanto nei giorni pria avevamo, con gran fatica, percorso a forza di remi.

Quale che fosse lo sgomento nell’animo nostro nel vederci così sballottati ed in balia dell’alcano quando eraci parsa così vicina la meta, lascio al lettore d’immaginare, ch’io mai riuscirei a descrivere compiutamente.

Talché, fattomi coraggio, m’appressai al castello di poppa e ragunati i miei, con quanta più voce potei per soverchiare il rumore dell’uragano, dissi loro di non perdere la speranza, ché non sta all’uomo il poter cambiare il volere degli Dei, ma piuttosto il riporre in loro la fiducia è atto da essi benvoluto pur se l’ora presente tanto difficile parea.

Con questa ed altre utili considerazioni li esortai che ognuno riprendesse il proprio posto, e che anco sanza velatura si mettesse ordine a bordo come se a normale navigazione ci apparecchiassimo. Così fu fatto, e per tutta la notte vegliammo la tempesta che s’andava vieppiù incrementando mentre noi eravamo sommersi dalle onde dell’alcano che scacciava l’acqua dalle stive così prestamente che le pompe non riuscivano a vuotarle; perciocché l’acqua s’era così intorbidita che esse pompavan dentro più alcano che altro e noi stessi eravamo in gran difficoltà nel respirare.

Adunque la mattina seguente, dopo aver passato una notte intera di travaglio, vedendo che la tempesta non accennava a diminuire, ci risolvemmo di gettar fuori la zavorra che rimaneva e grande parte del carico nel cercar di evitare l’affondamento.

Alleggeritasi così vieppiù la nave, prendemmo a salire nell’alcano nebulizzato e presto avemmo un poco di sollievo nel respiro. Purtuttavia il turbine che ci sbatteva non era affatto scemato e noi, non potendo vedere che a pochi passi dall’impavesata, non sapevamo se navigassimo per acqua o per alcano, se stessimo salendo o scendendo e persino quale fosse la nostra direzione, dappoichè la nave era così sbattuta a destra e a manca, che ciò che pria parea acqua ora era alcano e così via sanza poter distinguere bene l’uno dall’altra.

Oltre dodici cicli durò tal situazione, sanza che si vedesse uno spiraglio d’acqua limpida né che per un attimo la tempesta si placasse.

Presi dalla disperazione e avvedendoci che le provviste erano di molto scemate, alcuni si convinsero essere i nostri peccati causa di cotanta disgrazia e principalmente l’avidità di guadagno che ci avea portati tanto aldifuori delle normali rotte. Per cui, nonostante le mie proibizioni, si diedero a gettar fuori delle murate ciò che rimaneva delle nostre mercanzie e a stento li trattenni dal gettare anche me!

Appresso a tante sventure, avvenne che alcuni, o per le fatiche o per la dimolto ridotta razione, cominciarono a mutar colore e dal verde che normalmente ci compete diventavano grigi, si ricoprivano di pustole e presto cadevano morti. Tal ciclo due, tal ciclo tre e questo per molti cicli e presto li buttavamo fuori bordo. Spesso succedeva di vederli mulinare intorno a noi per diverso tempo, prima di sparire inghiottiti da quel marasma di elementi che mai si era visto a memoria d’uomo.

Pur in tutti questi accadimenti, pareaci esser nostro solo conforto avere ancora quasi piene le sacche dell’idrogeno tal che ci parea impossibile, essendo la nave così alleggerita, non aver salito molto spazio al disopra del normale livello dell’alcano onde, così ragionavamo, esser prossimo il momento in cui avremmo superato la tempesta in altezza per poi in altro loco aprire le valvole dell’idrogeno e tornare nel calmo alcano ovunque ci fossimo trovati.

Grande amarezza ci pervase allorché, di lì a poco, la più parte del champak che tenevamo nella stiva per produrre tale gas si seccò e in breve tempo morì del tutto, onde noi con gran timore scrutavamo che le sacche non perdessero e pregavamo gli Dei di conservarle intatte, ché se per qualche motivo si fosse disperso, noi per certo tutti saremmo sprofondati.

Adunque per tanti cicli eravamo salendo nel turbinio, che finalmente le bolle d’alcano un poco si dispersero a farci vedere con nostra grande maraviglia che l’acqua del tutto azzurra era diventata. Ed altra maraviglia era questa, che molti di noi fiaccati dagli stenti e caduti in un profondo torpore, si risvegliavano dichiarando per certo di trovarsi in paradiso e si aggiravano ebeti come ebbri. E ciò avveniva, io credo, perciocché da ormai due cicli si sentiva nell’acqua un odore penetrante, in tutto simile a quello che si fiuta talvolta nelle piantagioni di bakul. Or questo odore che al primo ci avea rallegrati, sempre incrementando con l’andar del tempo, finì col darci gran fastidio, ché alcuni di noi non finivan di tossire ed altri si misero a sputar sangue finendo col trovarsi ad un passo dalla morte. Come se non fosse colma la misura, un altro grave disagio avvenne et egli fu il freddo che di ciclo in ciclo s’andava peggiorando, tal che alla fine la più parte del tempo la passavamo sotto coperta e quelli che s’azzardavano ad uscire all’aperto, si vestivano dei loro panni più pesanti e pur tuttavia gli parea quasi di morire. V’eran tra di noi devoti al dio Parvat et essi, come loro usanza, portavano al collo un anello di zinco. Avvenne quindi che esso cominciò a scurire e tosto divenne nero da bianco che era pria.

A tal vista, quelli che lo portavano furono presi da terrore, stimando per certo che il Dio li avesse abbandonati. Così si strappavano l’anello dal collo et alcuni si diedero la morte con le loro stesse mani gittandosi fuori della nave. Or pensate quale fu il nostro orrore quando poco poscia quest’ultima stranezza, osservammo che la nave stessa e tutto quanto v’era a bordo di berillio, d’alluminio o di ferro, cambiavasi di colore, divenendo in tal posto nero, in altro grigio e marrone in tal altro. Erano così trascorsi più di trenta cicli da che la tempesta era cominciata che vedemmo finalmente l’acqua limpida sopra di noi e la tempesta infuriare da lunge sotto la nave o quel poco che n’ era rimasto. Pur essendo in acqua calma, sanza l’infuriar degli elementi, ben poco potevamo a governar la nave, che tutta per volontà degli Dei procedeva, ché le pompe e le valvole s’erano incastrate, e il timone e le vele esser state spazzate via dalla tempesta.

Per altro tempo seguitammo a salire sempre tra inenarrabili tormenti con il corpo fiaccato dal freddo e dalla fame e non poter respirare a fondo che tutti ci sentivamo abbruciare come se foco invero respirassimo.

Il colore azzurro sopra di noi si ricolmava di luce et in esso una zona più luminosa ancora che parea moversi da un lato all’altro della nave per poi sparire e ritornare tutto buio com’è normale che sia. Et ecco che all’inizio di un altro ciclo, tutto un gran tremore scosse lo scafo e sopra di noi si vide una tavola luminosa e liscia come non mai, tal che fossimo tornati sulla superficie dell’alcano. E salendo sempre, in essa tutta la nave s’inoltrò.

Tosto in tutto il corpo sentimmo come se mille mani ci tirassero la pelle e dagli occhi più non vedevamo ché tutti abbagliati s’erano. Mancava l’acqua e il respiro tacque.

Io, facendomi schermo con le mani e lasciando solo una picciola fessura, mi guardai tutt’intorno. E vidi la nave galleggiar come sull’alcano, ma alcano non v’era in niuno loco. Ché solo acqua v’era, e tutta sotto noi, e noi sopra vi galleggiavamo. E tutt’intorno un fluido pestilenziale che appestava le nari et impediva il respiro et in alto un disco di magma incandescente sospeso sopra le nostre teste e così luminoso che ne fui abbagliato e sulla tolda ricaddi.

Ordunque, sopraffatto dal tormento ché quasi non ero più capace d’intendere, venutami alla mano un’ascia rimasta sul ponte, con essa cominciai a colpire la sacca d’idrogeno a me vicina, onde presto lo sentii fuggire, non come bollicine com’è suo solito ma come un vento fugace. Incitando a segni a fare altrettanto i miei compagni, essi alfin m’intesero e si diedero a consimile impegno per quanto poterono.

Ed ecco che la nave affondò nell’acqua con gran velocità e presto il tormento che m’impediva lo stesso respirare cessò e caddi svenuto in un torpore simile alla morte.

Coloro che Vegliano, perdonarono i nostri peccati e vollero che si vivesse ancora, per la qual cosa, pur se a bordo niuno più avea il governo della nave, dopo alcuni cicli di discesa prendemmo alcano poco lunge da Kavelanda.

Alzata una vela di fortuna, io e i pochi rimasti ancora in vita, raggiunta terra, fummo ristorati dai pescatori che stavano tornando al porto.

Ognuno di noi ebbe prima a giurare che solo una tempesta avea potuto ruinare la nave e che null’altro di straordinario era successo. Tale impossibile racconto sarebbe stata la verità, che tutti saremmo stati presi per folli et eretici e niuno avrebbe potuto salvarci dall’Inquisizione.

Lascio perciò così questo racconto alla lettura dei miei futuri discendenti, che lo possan ragionare tra di loro sapendo e ricordando la mia onestà e il mio aver sempre perseguito in vita la verità e aborrito la menzogna.

E di questo li assicuro nuovamente: esiste lassù, sopra di noi, un altro mondo assurdo e spaventevole e prego gli Dei che niuno abbia mai più ad ascendere tanto quanto facemmo noi portati da avidità e sete di avventura, per non aver ruina e morte e fame di pazzia tanto quanto mi ritrovo io, ormai vecchio e solo, a pensare a quei giorni scellerati e forti e ai miei compagni e al folle volo che facemmo alzando le vele dall’alcano.

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