Le Figlie dell'Uomo


Perché milioni di persone si stanno dirigendo verso l'Equatore? Chi sono i componenti delle Sorellanze?

Marco Soleri ha veramente trovato la soluzione alla crisi che sta sconvolgendo il mondo?

In una nuova società composta da un solo genere, un'ambigua Grande Madre scatenerà una caccia senza tregua allo scopo di mantenere un precario status quo, tramando perché non si avveri quanto contenuto in un documento vecchio di secoli.


VIDEO DI PRESENTAZIONE

Le figlie dell'Uomo.mp4

INCIPIT

PARTE PRIMA

1

Oslo, gennaio 2050

Svein Olsen staccò gli occhi dallo spartito per vagare con lo sguardo dalla finestra dello studio. Dal terzo piano, al di là del canale, la straordinaria struttura del Teatro dell’Opera dominava l’orizzonte. L’ultimo accordo risuonò nella stanza. Le mani lasciarono la tastiera del pianoforte con un certo molle abbandono. La mente girava a vuoto, insistentemente fissa sul movimento che aveva appena composto. No, non c’era ancora. Non era quello il tema giusto per il balletto a cui stava lavorando da quasi un anno. Il resto andava bene. L’ouverture, il tema principale e quello secondario che si intrecciavano, i sottili fili musicali sapientemente intessuti in attesa del finale. Era quello che mancava. Un finale degno, epico e commovente. Capace di fare piangere il pubblico ed estasiare i musicofili. Il suo ultimo lavoro. Il suo capolavoro. La musica che aveva composto era suonata e apprezzata ovunque. Tutti i grandi teatri aspettavano la sua ultima creazione per applaudirla e celebrarlo come il più grande compositore del secolo. Ma, pensò alzandosi dallo sgabello, ancora mancava qualcosa. L’ispirazione non era più quella di un tempo. Da giovane aveva tenuto con il fiato sospeso vastissime platee. Adesso era solo un vecchio che cercava a malapena di restare al passo con se stesso. Aprì la grande porta a vetri e uscì sul terrazzo. Il vento si era placato e un pallido tramonto illuminava gli edifici lontani. La sua città, da qualche tempo preda di un’inquietudine oscura e stravolgente. La sera prima, rientrando nell’appartamento, aveva distrattamente acceso la tv mentre le sirene delle ambulanze urlavano nella strada, attraversando le mura del caseggiato. Il notiziario stava ancora diffondendo le stesse notizie dei giorni precedenti: «… dell’Interno invita tutti i cittadini a non uscire se non per gravi motivi e a non frequentare luoghi affollati fino a quando la situazione non sarà rientrata nella normalità. Segnalazioni di nuovi focolai sono state diramate dalle agenzie svedesi. Anche in Finlandia…» Per lui, non erano altro che notizie che vagavano nell’etere. Da tempo disdegnava la compagnia degli altri esseri umani che trovava perlopiù inutili e volgari. Non si era mai sposato se non con la sua arte. Quell’arte che ora lo stava tradendo. Cercò, nel freddo autunnale della terrazza, uno stimolo per la sua ispirazione. Un ultimo sguardo verso il fiume che si stava orlando delle luci dei lampioni, poi rientrò rapidamente, lasciando le ante della finestra semiaperte. Lasciò fuori il mondo e si rimise al piano. Posò la mano destra sulla tastiera del suo Steinway a coda e… un violento dolore alla testa gli tolse il fiato e la forza dalle braccia. Vacillò e cadde dallo sgabello. Un dolore terribile, simile a uno smembramento. Durò pochi atroci secondi. Poi di colpo cessò. Non fece in tempo a respirare che ebbe l’intuizione. Le note, la musica che cercava da tanto tempo. Era Dio. Ora poteva completare l’opera immortale che aveva sognato. Si rialzò, pervaso da un furore creativo che gli era sconosciuto. Ma che cosa aveva scritto fino ad allora? Cos’erano quelle misere pagine di musica sul suo leggio? Via, via! Un’opera nuova si era manifestata al suo intelletto direttamente dall’Empireo. Senza neanche suonare una nota, si buttò forsennatamente sulle risme di carta da musica intatta che si trovavano in attesa sul pianoforte, vergando note come fossero lettere di un poema, gettandosi nella composizione con ardore divino. Quando entrarono per portargli la cena come avevano sempre fatto in quegli ultimi anni, i domestici lo trovarono così, riverso tra le sue carte scompaginate, in una stanza alla mercé del vento che si era alzato furioso sul far della sera. Il corpo coperto da striature rossastre e un sorriso estatico sul volto.

2

Centocelle (Roma), 2054

Fuori pioveva. Pioveva forte. Dalla finestra, attraverso le tende leggere, improvvisi scrosci di fulmini fendevano il buio della stanza come lame di coltelli. Il rumore dei tuoni faceva vibrare i vetri e rimbalzava sulle pareti, sovrapponendosi a quello continuo e tambureggiante della pioggia. Marco giaceva disteso sul letto. Vestito, con gli occhi aperti, osservava rincorrersi, sul soffitto, l’alternanza di luci e ombre riflesse dall’esterno. Guardava quello schema incomprensibile cercando pigramente di estrarne un qualunque senso. Non c’era un senso. Non c’era più alcun senso. Dopo giorni di ansia, di rimorso, di disperazione, era calmo. In quel momento la sua mente era vuota, in attesa. Aveva detto che era per stasera, aveva detto che… Lo squillo del cellulare lo fece sobbalzare. «Pronto?» «Sono io», rispose la voce che aspettava. «Pensavo che non saresti più arrivato.» «Sbrigati. Sono qua sotto.» «È sicuro?» «Tranquillo.» «Scendo.» Si alzò dal letto, prese il giaccone e una piccola valigia nera già pronta. Dentro, maglie, calzoni, camicie, ricambi di biancheria. Tutta roba da lavare. Non aveva altro bagaglio. Non serviva altro a un uomo in fuga. Uscì dopo aver lasciato la porta aperta e le chiavi all’interno. “Come ogni mese”, pensò. Sempre con la stessa modalità. Un preavviso di un giorno e poi passavano a prelevarlo per portarlo in un altro luogo sicuro. Come le altre volte, l’affitto era stato pagato in anticipo. Nessuno avrebbe chiesto informazioni sull’anonimo inquilino della 15. In quel quartiere periferico, la regola era di non fare domande. Del resto a chi poteva interessare? Bastava pagare, o dare qualcosa in cambio. Finalmente era venuto il momento di tornare fuori. Scese la stretta scala che portava al pianoterra e uscì. L’unico lampione ancora in funzione illuminava fiocamente il tratto di strada davanti al Motel. Individuò l’auto di Carlo poco più avanti, sulla destra, ferma al buio sotto la pioggia battente. Quei pochi metri bastarono a inzupparlo completamente. Acqua fredda, lercia, mista a cenere. Come sempre, da troppo tempo. Entrò senza dire niente e Carlo mise in moto. Stava per iniziare il coprifuoco, la strada era deserta. Incrociarono solo un’altra auto prima di abbandonare le viuzze di periferia e dirigersi verso la campagna. La pioggia scrosciava incessante. «Allora, dove si va?», disse rivolgendogli un mezzo sorriso. «Non è lontano», rispose Carlo. «In un’ora ci siamo. Questa volta non ti dovrai spostare per un pezzo. La valigia con il cambio è dietro come al solito.» Marco annuì sospettoso, in silenzio. Del resto doveva fidarsi. Ogni volta che saliva nell’auto per raggiungere una destinazione che solo l’altro conosceva, non poteva fare a meno di elencare mentalmente le ragioni per le quali doveva fidarsi. Gettando un’occhiata dal finestrino, aveva fatto in tempo a vedere la scritta di vernice bianca sul muro fradicio d’acqua. “Soleri a morte!”. Una scritta sbilenca tracciata da mani disperate. Torme infuriate lo cercavano in mezzo mondo come responsabile del loro tormento. Lettere sporcate dalla pioggia che cadeva incessante, torbida di cenere. Dopo due anni, l’ondata d’odio non si era ancora placata. Da bruno era diventato biondo, il chirurgo plastico fornito da Carlo gli aveva cambiato i connotati: naso meno pronunciato, zigomi marcati, una diversa attaccatura dei capelli. Ora una corta barba gli incorniciava il viso. Confrontando le immagini prima e dopo l’intervento, si sarebbe notata una certa somiglianza, ma, con in mano solo le vecchie foto segnaletiche, nessun poliziotto l’avrebbe mai fermato. O almeno così gli aveva assicurato Carlo. Aveva fatto tutto lui, aveva pagato tutto lui. Il suo amico Carlo. Guidava tranquillo nella notte come se si trattasse di una normale scorribanda tra vecchi amici. Carlo, che aveva sempre vissuto ai margini della legge. Carlo, il compagno di studi perso di vista parecchi anni prima. Avevano iniziato assieme a frequentare i corsi di Biologia all’università ma, dopo il secondo anno, Carlo aveva smesso di studiare per correre dietro le numerose studentesse che sembravano fatte apposta per fargli perdere il sonno. E poi l’aveva persa. Un lutto come tanti. Come altri tre miliardi di persone.


Continua...