PESTE

PESTE

«Ma secondo te, ci sta?»

Il viso di Laura la guardò dubbioso dallo schermo, poi Chiara tornò a dirigere lo zoom dello smartphone verso la panchina poco lontana.

Il giovane intento a dar da mangiare ai piccioni era un bel ragazzo poco più che ventenne. Senza maschera. Capelli scuri, fisico aitante che si intuiva sotto la maglietta bianca di cotone.

In quel momento, mentre Chiara da dietro un albero stava cercando di inquadrarlo senza farsi notare, si alzò, scrollò le briciole di pane dai calzoni e si avviò lungo il vialetto d’accesso costeggiato di cipressi.

«Guarda che spalle. E che fianchi!» sibilò Laura dall'altra parte del mondo.

«Ed è pure immune!» concluse Chiara agendo ancora sullo zoom.

Il tatuaggio a forma di doppia z visibile sull’avambraccio sinistro non lasciava dubbi.

Un immune. E pure bello pensò la ragazza seguendo il pensiero dell’amica. Non poteva lasciarselo sfuggire. Lo scorgeva da qualche giorno sempre alla solita ora, da lontano, tra i vialetti maltenuti del parco sotto casa mentre si aggirava lanciando lunghe occhiate alle piante e alle panchine come se stesse cercando qualcosa. O qualcuno. Le era sembrato strano incontrare un altro essere umano.

«Senti, da quando sono diventata maggiorenne ho il permesso di uscire di casa una volta al giorno e sempre qui, nel parco. Mi sono rotta. Non c’è mai nessuno e se vedo qualcuno, mascherina, guanti, distanza di sicurezza e via. Sempre vecchi o ragazzini. Questo non me lo lascio scappare.»

«Beata te che almeno esci» disse Laura con un sospiro «io ho ancora un anno di carcere davanti.»

Le due ragazze tornarono a guardarsi dallo schermo.

«Questo tipo è l’occasione che aspettavo. Quando mi ricapita un altro immune bello e disponibile?»

«Chi ti dice che sia disponibile?» replicò l’amica.

«Secondo te, se fosse impegnato verrebbe tutti i giorni a dar da mangiare ai piccioni?» sorrise Chiara soddisfatta della sua deduzione.

«In effetti… comunque stai attenta. Magari ha qualche altra malattia.»

«Lo sai chi ha una malattia? Tu. Si chiama invidia!» concluse Laura con uno sberleffo. «

Dai, ti richiamo domani. Ti faccio sapere come è andata.»

Aveva voglia di bere. Il pomeriggio di luglio era insolitamente caldo e aveva fatto male a non mettersi una gonna leggera per uscire di casa. Gli short attillati le fasciavano i glutei, e la camicetta troppo stretta la stava facendo sudare. O forse la causa dell’aumento della temperatura corporea era un’altra.

L’idea di un incontro ravvicinato con un essere umano e pure maschio che non fosse su o padre la eccitava in modo tremendo. Guardò nervosamente l’orologio, indecisa se tentare subito l’approccio o rimandare al giorno seguente.

No, adesso era troppo tardi. Entro mezzora sarebbe dovuta tornare a casa e il ragazzo era ormai oltre l’ingresso del parco.

E se domani non fosse tornato?

Si tormentò le mani per qualche secondo. Il giovane aveva svoltato a destra e non si vedeva più. Decise che avrebbe tentato il giorno seguente. Era un po’che lo vedeva passeggiare, perché non avrebbe dovuto farlo anche l’indomani? Rassicurata da tali pensieri si

incamminò verso casa. Prima di tornare nell'appartamento si fermò al bar. I due tavolini all'aperto erano alla regolare distanza di tre metri l’uno dall'altro e aspettavano indifferenti che qualche avventore si degnasse di cercare ristoro alla calura estiva.

Chiara si cosparse la punta delle dita con il disinfettante liquido che portava sempre con sé, digitò il codice della bevanda e della carta di credito e prelevò dallo sportello lattina e bicchiere nella confezione sterile.

Seduta sotto l’ombrellone si tolse la mascherina e assaporò il liquido gelato che le raffreddò la gola. Non così il resto del corpo. Sentiva sottopelle un brivido caldo che la percorreva tutta concentrandosi tra le cosce esposte al sole e sotto la camicetta. Si passò distrattamente una mano resa fredda dalla lattina sul seno sinistro causando un improvviso inturgidimento sotto le dita.

Era arrivato il momento pensò.

Non come avrebbero voluto i suoi genitori. Non nel modo indicato dalla società di igienisti in cui si era trovata a crescere.

Con pochi passi raggiunse l’appartamento a piano terra dove abitava da diciassette anni. Da un anno aveva raggiunto la maggiore età e finalmente era potuta uscire da sola. Di pomeriggio ovviamente. Il coprifuoco non ammetteva deroghe se non per le persone occupate nei servizi essenziali.

La porta di casa si aprì con il solito cigolio.

«Chiara?»

«Chi vuoi che sia, mamma?»

Sempre le solite frasi, sempre la solita vita, sempre la solita storia.

Entrò in camera e accese il monitor. Si collegò con Beatrix in Inghilterra. Parlava un’inglese fluente quasi quanto il suo, anche se l’accento tradiva l’origine indiana della sua famiglia.

«Ciao Bea.»

«Salute» le rispose la ragazza dall’altra parte dello schermo con un cenno di mano.

Più grande di lei era la sua confidente per tutte le questioni di cuore e Laura la chiamava quasi ogni giorno.

La frase d’obbligo “come stai?” risuonò in contemporanea dai due apparecchi.

«Ho da chiederti un consiglio» fece Chiara avvicinandosi allo schermo.

«Dimmi pure.»

«Se tu trovassi un ragazzo più grande di te, molto più grande…»

«In una casa?»

«No, lo sai che nelle “case” si incontrano solo coetanei o giù di lì. No, uno molto più grande.»

Lo sguardo della sua amica si fece più attento.

«E dove l’avresti incontrato?»

Chiara sospirò.

«In realtà non l’ho ancora incontrato. L’ho visto. Nel parco sotto casa. È una settimana che si aggira sotto casa mia. È un Immune.»

«Interessante. Sicura? Gli Immuni sono rari.»

«Ma tu che sai tutto, quanto rari?»

Bea sorrise all'ignoranza dell’ amica.

«A scuola non impari niente?»

«Non mi parlare di scuola. Tutte le mattine le lezioni al computer, e poi i compiti, le interrogazioni… lo sai che mi piace solo la geografia. E poi mi stanca. Lo schermo sempre acceso mi fa venire il mal di testa.»

«Hai messo lo schermo su “relax”?»

«Certo, per chi mi prendi? Ma mi stanco lo stesso.»

«”Si, si”, anche io alla tua età mi stancavo. Soprattutto con le lezioni di matematica…» s

orrise l’amica. «Comunque, hai fatto una ricerca sul web?»

«Non sono una ragazzina» rispose stizzita Chiara «voglio i dati veri!»

Bea si allontanò dallo schermo come a prendere le distanze da quella reazione inaspettata.

«Ascolta, lo sai che per il mio lavoro ho accesso alle informazioni riservate sul Covid-21, ma sono appunto riservate. I dati servono alle autorità per prendere decisioni anche impopolari e non si possono divulgare così alla leggera. E poi, perché ti interessano le percentuali? È un immune? Ha il tatuaggio?»

«Ce l’ha. Gli ho fatto anche delle foto con il tele. Bello chiaro sull'avambraccio.»

«Allora fatti bastare quello che vedi. Comunque siamo sotto il 10% della popolazione mondiale. Hai avuto una bella fortuna a vederne uno. E lui ha un gran culo a essere nato immune. Può fare quello che vuole e andare dove gli gira.»

«Ed è pure bello!»

Bea si riavvicinò allo schermo.

«Quanti anni ha secondo te?»

«Venti, venticinque? Non lo so. Però è un gran fico.»

«E tu vorresti…»

«Andarci a letto, “si”. Lo sai che frequento le “case sicure” da quando sono maggiorenne. Faccio il test, prendo la chiave, entro in camera e poi arriva dall'altra porta il solito ragazzino sbavante che vuole saltarmi addosso. Teoricamente servirebbero per socializzare, per il contatto umano come dicono in televisione, ma la realtà delle “case” la conosci anche tu. Da voi come da noi servono per scopare, per

accoppiarsi. Dopo cinque minuti di tentativi sono sempre scappata.»

«Non è esattamente così» iniziò Bea cercando di consolare l’amica.

«No, è esattamente così. Ma non importa. Ora ho trovato con chi perdere la verginità.

Se ci riesco. Se mi trova attraente…»

«Su questo non avere dubbi» la interruppe Bea.

Chiara era una ragazzina molto bella e sembrava più grande della sua età. Il viso dolce e innocente, la curva dei seni che appariva prepotente sotto la camicetta, le lunghe gambe già pienamente tornite causavano scompiglio nei maschi che frequentava in chat.

Lei lo sapeva e aveva imparato a difendersi dagli approcci nelle “case” le poche volte che aveva cercato d’incontrare qualche ragazzo che ne valesse la pena.

«Lo sai che sei bella e se il mondo fosse quello di venti anni fa, avresti fatto strage» con tinuò l’amica «ma oggi conosci le regole: uno per volta e con attenzione.»

«Si, ma ammesso che lo contatti, là fuori intendo, poi…»

«Dove lo porti?»

«Esatto» concluse Chiara torcendosi le mani. «Dove lo porto?»

«Ma c’è qui la tua amica, no? Che ci sto a fare?»

«Hai, avresti un posto?» chiese la ragazza stupita.

«Non io. Lui!»

Chiara aggrottò stupita le belle ciglia.

«Tutti gli Immuni tendono a vivere da soli» riprese Bea. « Te l’immagini se vivessero in famiglia? “Per favore, visto che puoi uscire, mi andresti… mi prenderesti…” Sarebbe un inferno. O vivono in coppia o da soli. Ora, visto che dici che è una settimana che lo vedi in giro, è evidente che vive da solo.»

«E quindi…»

«E quindi se riesci nell'intento, sarà lui a portarti dove vive. No?»

Chiara applaudì visibilmente contenta.

«Lo sapevo che dovevo chiamarti. Lo sai che io non ci avevo pensato. Un’abitazione… certo! Ma per il coprifuoco?»

«Chiara, Chiara, ma anche le cose più semplici? Ti devo dire tutto? Allora, prima lo incontri e decidi se veramente vuoi perdere la verginità con lui, non avere fretta, con un Immune puoi stare alla distanza che vuoi, lo puoi toccare, abbracciare, baciare. Poi, quando sarai sicura, fissi un appuntamento, vai alla “casa”, fai il test e prendi la chiave della stanza. Sali, apri la porta e la richiudi. Il computer registrerà che sei nella stanza.

Esci e vai da lui. Telefoni a casa, dici che passi la notte nella “casa” come avresti già dovuto fare da tempo, e la mattina dopo riporti la chiave allo sportello automatico.»

«E quel poveretto che entrerà nella stanza?»

«Non trovando nessuna ragazza penserà che ci hai ripensato e uscirà anche lui.»

Chiara si toccò le labbra pensosamente.

«Aspetta un attimo. Il Computer registrerà che io sono in camera fino al mattino e che l’altro è invece uscito quasi subito dall'altra porta.»

«Ti rivelo un segreto. Al computer e ai supervisori non importa niente di cosa succede nelle “case”. Sono luoghi per gli incontri. Se uno esce prima e l’altro decide di passare tutta la notte da solo, va bene ugualmente. Lo sai anche tu, dappertutto ci sono gli interruttori antipanico. Se qualcosa va storto, basta premerne uno e parte una sirena che renderebbe sordo chiunque. Per questo non ci sono telecamere nelle strade adiacenti e nelle “case”. Per la privacy. Hai il tuo alibi. Sei a posto.»

Chiara sorrise felice per la soluzione. Bea era una vera amica. Il suo volto arricchito dalla montatura azzurra degli occhiali esprimeva soddisfazione. Trentenne impegnata lavorava per il governo da molti anni. L’aveva incontrata in una chat in cui era entrata per risolvere un problema di lavoro per conto di suo padre. Il pensiero volò alla vita insulsa dell’unico uomo con cui avesse mai avuto rapporti senza tener conto della distanza di sicurezza. Un ometto meticoloso che si cospargeva di disinfettante tutte le mattine prima di andare al lavoro in fabbrica. Suo padre, che non capiva niente di informatica in un mondo in cui le videochat erano il solo modo per entrare in contatto

con altri esseri umani.

Aveva incontrato sua madre in una “casa” diciotto anni prima e dopo due appuntamenti, avevano deciso di metter su famiglia.

Il mondo andava avanti così. A scuola aveva studiato in che modo il Covid-21 avesse stretto l’umanità in una morsa difficile da spezzare.

La virulenza della malattia respiratoria, dieci volte maggiore delle altre pandemie affrontate nel corso del XXII secolo, aveva costretto le nazioni a confrontarsi con un modo di vivere totalmente diverso da quello delle generazioni precedenti.

Appurato che il contagio avveniva attraverso le vie respiratorie, era stata stabilita una distanza di rispetto tra uomini e donne di circa tre metri. L’utilizzo di mascherine e guanti permetteva di svolgere alcune mansioni industriali, ma non tutte.

Le relazioni sociali erano saltate in aria all'improvviso e nel giro di un anno le persone si erano ritrovate sole sotto la fredda luce del giorno. Il virus mutava velocemente. Tanto velocemente che dopo tanti anni, ancora non era stato trovato un vaccino efficace.

Dopo un’impennata epidemica che aveva decimato le nazioni, il numero dei contagiati si era stabilizzato in tutto il modo e così il numero delle morti. Il 90% delle infezioni si risolveva in un decesso dopo un mese circa dai riscontri positivi. Occorreva stare in guardia. Sempre. Tutto avveniva attraverso la Rete. Acquisti, vendite, conferenze.

Nessun contatto per più di una coppia di persone e dopo aver superato il test che dimostrasse per ambedue la negatività al virus.

Erano così nate le “case per incontri”, in cui i giovani di ambo i sessi potevano conoscersi e frequentarsi aldilà del coprifuoco notturno e delle rigide regole utilizzate in tutti i nuclei familiari.

A diciassette anni Chiara era ancora vergine.

Gli impacciati tentativi con i quali i maschi che aveva incontrato nell'anno e mezzo in cui aveva frequentato le case avevano cercato di “conoscerla”, le avevano causato più

repulsione che desiderio. Lei cercava qualcuno più maturo, più esperto di quei

ragazzini. Qualcuno che potesse renderla donna con amore, con trasporto.

«Sei ancora lì?»

La voce dell’amica la distolse dai suoi pensieri.

«Certo» disse «dove vuoi che sia?»

«Ti ho visto distratta. Pensavi a lui?»

«Mi ero persa a fantasticare su come il mondo che hai conosciuto tu fosse tanto

diverso da quello in cui viviamo adesso.»

«Hai ragione» annuì Bea. «Ho conosciuto un mondo molto diverso da ragazzina. Ma ora è così e non possiamo farci niente. Comunque, se ti può consolare, anche nell'antichità ci sono state epidemie e pandemie che sembravano inarrestabili.

L’umanità è sempre andata avanti. Anche questa passerà, prima o poi.»

«Dici così perché almeno da giovane hai potuto frequentare chi ti pareva, fare quello che volevi… Li vedo i vecchi film. In confronto pare di stare su Marte.»

«Anche per me sono ormai tempi lontani. Comunque ti consiglio la lettura di un vecchio libro che parlava di una pandemia che sconvolse l’Europa tanto tempo fa. Si chiama “I Promessi Sposi”. Te lo consiglio. Scaricatelo e leggi i capitoli dedicati alla peste. Povera gente, e pensare che sarebbe bastato un antibiotico. Nel futuro penseranno a noi nello stesso modo. Anzi» rifletté Bea « scaricati “Storia della colonna infame” sempre dello stesso autore Alessandro Manzoni. Potrai capire come l’ignoranza belluina della gente possa portare a sciagure morali anche maggiori del Covid-21.»

«Ok, fatto» rispose Chiara sempre attenta ai suggerimenti dell’amica, muovendo il mouse.

«Ora ti lascio, devo fare i compiti. Grazie per i consigli, preziosi come sempre! Ti faccio sapere come è andata. Ci aggiorniamo.»

Un sorriso e il distacco della videochat rispose dall'altra parte dello schermo.

“E vai” pensò Chiara. “Siamo pronte al grande passo”.

Aprì il collegamento con la scuola e iniziò a scaricare i test per il giorno dopo.

Le ore trascorsero noiose, come sempre.

«Chiara! Esco!»

Erano le 18. L’ora fissata per la sua famiglia per andare a fare la spesa settimanale. Sua madre sarebbe tornata come al solito carica di roba da mangiare pronta per essere stipata nel frigorifero previa accurata disinfezione dei sacchetti di plastica riciclabile.

Udì appena il saluto della mamma e la porta che sbatteva.

Persa nei suoi pensieri, Chiara vedeva I rami degli alberi flettersi sotto la leggera brezza estiva. La finestra inquadrava un mondo vicino eppure quasi inaccessibile. Un mondo comunque solitario, a dispetto dei miliardi di persone che non potevano più frequentarlo.

L’avrebbe incontrato domani? Avrebbe trovato il modo di parlargli? Cosa gli avrebbe detto? Come…

Inutile pensarci troppo, decise. Avrebbe improvvisato.

Inviò l’ultimo esercizio di matematica e si alzò per andare all'armadio beige davanti al letto. Doveva scegliere qualcosa che attirasse la sua attenzione. Una gonna, sicuramente. Era cosciente di poter mettere in mostra delle belle gambe. Corta. Quella rossa andava bene. La camicetta panna. E poi la biancheria. Non aveva biancheria sexy, ma avrebbe potuto ovviare con qualche goccia di profumo sul reggiseno. L’aveva visto in un film. Pareva che gli uomini la trovassero una cosa irresistibile.

A cena mangiucchiò qualcosa, svogliatamente. Era totalmente presa dai suoi pensieri, lo sguardo fisso sul monumentale schermo tv che acceso giorno e notte troneggiava sulla parete di fronte alla tavola apparecchiata.

«Mi hai sentito?»

«Come?» rispose a sua madre che la guardava mentre le toglieva il piatto davanti.

«Ti ho chiesto se domani pomeriggio hai intenzione di uscire. Volevo fare la torta, se mi dai una mano…»

«Uscire? Certo che esco. Vado alla “casa”.»

Marito e moglie si lanciarono un’occhiata in tralice.

Suo padre abbassò il volume del televisore.

«Non ci sei andata l’altra settimana?» chiese tranquillo.

«Si, ma… domani ci torno, anzi, non so se resto fuori. In caso telefono.» disse Chiara perentoria.

Altra occhiata complice.

«Va bene, sei maggiorenne. Fai come vuoi. Stai attenta e segui le regole» assentì di malavoglia il capofamiglia.

Poi tornò ad aumentare il volume della tv.

“… tratta della quarta mutazione del virus dall'inizio dell’anno e sembra che si sia sviluppata una resistenza ai farmaci che fino ad ora hanno permesso di contenere il numero dei decessi. Al contrario del ceppo precedente il cui tempo di latenza era di circa tre settimane, in questo caso si parla di più di un mese dal momento dell’infezione. Durante questo periodo appaiono le caratteristiche strie bluastre sull'addome dei colpiti dal virus e ciò facilita l’identificazione degli infetti. Il governo si raccomanda di utilizzare le misure…»

«Non ci capiscono niente, questa è la verità» bofonchiò suo padre «non ci hanno mai capito niente.»

Chiara si alzò da tavola prime che riprendesse la solita monotona interminabile sequela di considerazioni che aveva sentito da tutta una vita. Andò a letto presto, accese il tablet e iniziò a leggere “La colonna infame”.

Il sole la svegliò filtrando dalle tapparelle. Si girò dalla parte opposta sbuffando per il fastidio. Poi aprì gli occhi. Cazzo pensò, oggi è il gran giorno. Saltò giù dal letto e si precipitò in bagno. Mentre l’acqua della doccia scorreva si accarezzò con il sapone pensando a quali mani l’avrebbero sfiorata quel pomeriggio e/o quella notte. Un uomo, un uomo vero. Non quelle nullità con le quali aveva avuto a che fare fino ad allora.

Fece colazione voracemente con lo sguardo fisso alla finestra che dava sul parco. Poteva uscire solo di pomeriggio e per stamani avrebbe saltato le lezioni. Non c’era con la testa. Da una parte era protesa verso l’incontro di quel pomeriggio e dall'altra le riecheggiavano dentro le grida dei condannati di quel libro impressionante. L’aveva letto tutto d’un fiato. L’untore, le false accuse, le delazioni, le torture. Non aveva mai sospettato che la gente potesse essere tanto infame.

Suo padre era già uscito per recarsi al lavoro e sua madre stava rimettendo a posto i cassetti per l’ennesima volta. Ci scambiò due parole e poi si rintanò in camera sua lamentando mal di testa. Sulla porta si voltò a guardarla. Lei non avrebbe fatto quella vita.

Era sicura del suo fascino da adolescente. Avrebbe fatto colpo da subito, aveva

studiato sui video scaricati dalla rete come far felice un uomo e intendeva mettere in

atto tutto quello che aveva visto e rivisto.

Avrebbe conquistato il suo Immune e sarebbe andata via con lui. Solitamente gli

Immuni occupavano posizioni apicali in tutte le società del mondo. Potevano spostarsi,

viaggiare. Ovviamente lei no, ma sarebbe stata al suo fianco in una bella casa, con

giardino, magari dei bambini…

Il suo fantasticare fu interrotto dalla chiamata sul pc.

«Ciao Laura.»

L’altra adolescente appariva sullo sfondo di una parete mattonellata.

«Ciao, allora? Ci vai?» chiese sottovoce.

«Ma dove sei?»

«In bagno. I miei sono in casa e c’è mio fratello che rompe. Mi sono rifugiata qui.

Allora?» chiese ansiosa.

«Ci vado. Ho trovato il modo per passarci assieme tutta la notte.»

«Ma dai!» esclamò l’amica totalmente rapita.

Nella mezz'ora seguente Chiara le elencò le tecniche di abbordaggio che intendeva mettere in atto e come sarebbero andate le cose, acquisendo una sicurezza che andava aumentando con il passare dei minuti. Furono interrotte due volte dal bussare alla porta del bagno di Laura e infine si lasciarono con la promessa di una dettagliata relazione il giorno seguente.

La mattina passò lentamente tra progetti e messa a punto dei particolari del suo piano di seduzione.

Pranzò lentamente scegliendo di mantenersi leggera. Un po’ di pasta, una frutta. A tavola parlarono poco, come sempre. Nonostante fossero costrette nello stesso spazio da tutta una vita, aveva perso la confidenza che aveva avuto con sua madre. Da quando era diventata adulta, si vergognava un po’ dei suoi pensieri e non trovava giusto condividerli con lei. C’erano le amiche per quello. C’era Bea che sapeva darle sempre il consiglio giusto e che la sapeva ascoltare.

Videro assieme, madre e figlia, un vecchio documentario sulla fauna delle Alpi,

commentando di quando in quando la bellezza dei paesaggi e l’astuzia delle volpi. Poi Chiara guardò l’orologio per l’ennesima volta.

Erano le 15.

«Mamma, io vado» disse con la consapevolezza che questa sua uscita non sarebbe stata come le altre.

«Se non torni a cena, telefona» implorò sua madre con voce non del tutto ferma mentre Chiara andava in camera a prepararsi. L’annuncio che forse non sarebbe rientrata, voleva dire una cosa sola. Sua figlia, la sua bambina stava per diventare donna. Era un passaggio ovvio. All'età di Chiara le figlie delle sue amiche con le quali giocava tutti i giorni a burraco in teleconferenza, avevano già perso la verginità. Non appena iniziavano a frequentare le “case”. Ma Chiara non aveva ancora fatto quel passo. Lo sapeva, glielo aveva chiesto. Stavolta la vedeva determinata. Speriamo, pensò, che sia un ragazzo esperto e che sia un’esperienza felice. Come madre non poteva augurarsi nient’altro. E poi, se son rose fioriranno. Per lei era stato così, anche se gli anni avevano appannato e ridotto quasi a niente i loro slanci amorosi. Però lo aveva desiderato suo marito. Quando erano giovani.

L’apparizione di Chiara nel corridoio fermò il flusso dei suoi ricordi.

«Sei una bellezza!» esclamò orgogliosa.

«Ti piaccio?» rispose la ragazza girando su se stessa.

«Lo conosco?» chiese lei pensando ai volti intravisti mentre la figlia chattava.

«No, mamma, ma se va tutto come penso, te lo farò vedere. Ora vado» disse lei

impaziente.

«Va bene. Stai attenta. Ricordati le regole» disse lei lanciandole un bacio con la punta

delle dita.

Il parco era pieno di sole. Come sempre in quel periodo dell’anno, ma a Chiara sembrava che la luce, il cielo, le piante avessero una brillantezza diversa, più accentuata.

Si mise a sedere in una panchina sotto a una quercia al riparo dal calore. Guardò l’orologio con una certa apprensione, poi mentre si stava chiedendo se tutti i suoi calcoli si fossero basati su un assunto errato, l’uomo arrivò.

Percorse lentamente il vialetto tra i cipressi, la individuò e la raggiunse con passo tranquillo.

«Ciao» disse inclinando lateralmente il viso.

Lei lo radiografò con un’occhiata. Da vicino era ancora più bello. Alto più di lei di una decina di centimetri, capelli neri, incarnato chiaro, quasi esangue. Occhi grandi scuri, inquieti. Spalle ampie, muscolatura possente, bacino stretto. Gambe massicce. Evitò per un pelo di fissargli l’inguine che si trovava alla stessa altezza dei suoi occhi.

Si alzò incerta.

«Ciao» rispose banalmente.

«Non hai paura di me?»

«Sei immune» affermò indicando l’avambraccio del giovane.

«Certo, ho il tatuaggio. Sono immune» ripeté lui come un mantra.

«Ti va di fare due passi?»

Il suo cuore stava battendo all’impazzata.

«Io… sicuro, è tanto che non vedo nessuno. Di persona, intendo. Volevo dire oltre i miei…»

«Tranquilla, non ti imbarazzare. Lo so come vivono i “normali”. Cosa fai? Voglio dire, studi?»

Iniziò così una passeggiata nei vialetti del parco piena di banalità e di rivelazioni. Lui le spiegò di essere a capo di una holding di telecomunicazioni che si occupava di programmi educativi. Nonostante tutte le libertà di cui godeva, si sentiva solo. Lei gli confidò i suoi malesseri adolescenziali e di come la vita in famiglia le stesse ormai stretta più di una catena. Gli parlò delle sue passioni musicali, dei libri letti. Anche dell’ultimo che aveva divorato la notte prima. Lui assentiva spesso come se conoscesse già tutte quelle storie, le avesse lette, le avesse vissute. Parlava poco di sé, assorbiva le sue parole annuendo costantemente fino a quando lei non ebbe più argomenti.

Tacquero. Giunti alla grande fontana in mezzo al parco l’uomo si fermò, le prese le mani e la baciò. Chiara si alzò in punta di piedi per rispondere a quell’invito e lo strinse forte rispondendo bacio su bacio, carezza su carezza.

Stettero così alcuni minuti sotto la luce abbacinante di quel pomeriggio d’estate, nel silenzio rotto dal rumore dell’acqua che usciva dalla bocca dei tritoni per cadere nella vasca di marmo.

L’abbraccio si sciolse solo di poco quando l’uomo si staccò da lei.

«Vuoi venire da me?»

A Chiara sembrava di sognare. Tutto quello che aveva desiderato si stava avverando in un tempo tanto breve quanto insperato. In cuor suo aveva temuto che le sue attese sarebbero state deluse, ma ora…

Non rispose neppure, annuì e strinse forte quella mano che la conduceva a passo veloce fuori dal parco in un intrico di vie che non conosceva, fino a una vecchia palazzina a tre piani.

Si fermò leggermente sconcertata.

«Abiti qui?»

«No, certo» rispose lui con un sorriso. «È il primo posto vicino che mi è venuto in mente. Ci abitava un amico che conoscevo. La casa è sicura. È stata tutta sterilizzata e sanificata da una settimana. Ho le chiavi» affermò estraendo di tasca una tessera magnetica.

La guidò in un appartamento al primo piano. L’interno era fresco. Mobili comuni, squallidi. La porta della camera da letto aperta. Poca luce entrava da una tapparella semiabbassata che lui chiuse totalmente.

Meglio, pensò Chiara. Nonostante la sua determinazione, si vergognava un po’ ad esporsi senza vestiti agli occhi di quello sconosciuto. Avrebbero avuto tempo per guardare, ammirare, conoscere, ma ora un fuoco la pervadeva tutta. Sentiva l’urgenza dei baci, delle mani di quell’uomo. Voleva liberarsi di tutte le sue paure, di tutta la sua adolescenza, della sua verginità ormai ingombrante. Poi avrebbe saputo legarlo a sé.

Ne era certa.

Nella penombra si spogliò completamente stendendosi sul letto. L’uomo fu subito su di lei, le carezzò i seni, le aprì le gambe, la stimolò con le dita fino a quando non la sentì pronta.

Fu facile, molto più facile di quanto aveva pensato. Si unì al ritmo di lui e si lasciò andare mentre ondate di piacere la rendevano distante da quella stanza anonima.

Lo scrosciare della doccia la svegliò dall’appisolamento in cui si trovava. Si stirò tra le lenzuola disfatte e si alzò. Tirando su le tapparelle scoprì che era ancora giorno. Una lama di luce penetrò la stanza scoprendo vecchi comodini e pareti di un pallido giallino.

Si toccò il pube davanti al grande specchio che ingombrava la parete davanti al letto.

Non aveva sentito male, solo una pressione, un fastidio che si era stemperato sotto l’incalzare di lui. Sul lenzuolo una piccola macchia di sangue testimoniava la sua prima volta. Ora toccava a lei stringere i lacci dell’uomo. Si immaginava già in tutt’altro contesto, tra lenzuola di raso, in una camera luminosa con vista sul giardino.

Nuda, arrivò in punta di piedi al bagno. All’interno della cabina doccia si muoveva un corpo vigoroso. Si appoggiò alla parete godendo del momento in cui, uscendo, l’avrebbe vista.

Lo scroscio dell’acqua s’interruppe e la nuvola di vapore che celava in parte la figura del suo amato cessò.

Il sorriso che Chiara aveva sulle labbra si dissolse appena riuscì a vedere chiaramente.

Il corpo nudo che l’aveva posseduta fino a qualche minuto prima non la colpì come l’avambraccio che si protese fuori della doccia per prendere un asciugamano.

Dov’era la doppia Z?

Il falso sorriso dell’uomo si spense quando la guardò ritrarsi.

Tra le costole di quel torace che si era stretto a lei, contorte linee brunastre si attorcevano come fasci di serpi.

«Che c’è?» disse. «Non ti è piaciuto?»

«Ma, ma tu…» balbettò lei incapace di comprendere fino in fondo la realtà che le si palesava davanti.

«Io cosa? Ah, questo? Va via con l’acqua. Lo devo rifare tutte le mattine. Sei entrata troppo presto. Peccato. Ho saputo di essere stato contagiato una settimana fa. Con tutte le precauzioni che ho sempre usato, fin da bambino. Contagiato! Lo sai che vuol dire?»

Adesso l’uomo era davanti a lei. Minaccioso. Lo sguardo contorto dalla rabbia.

«Hai provato a pensare cosa voglia dire? Mi resta un mese di vita e ho deciso di godermelo fino in fondo. Sono scappato dalla quarantena e ho deciso di infettare più persone possibile, prima di essere preso, prima di morire. Ho deciso di portarle con me.

All’inferno.»

Un ghigno distorse la sua faccia.

«Tu sei la prima.»

Avanzò verso di lei.

«Ma non andrai a dirlo a nessuno!»


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