LA CHIMERA DI VASARI

Due fratelli, un tranquillo weekend sul lago di Garda in compagnia di Sonia, la fidanzata di uno di loro. La vacanza viene bruscamente interrotta dalla notizia della sparizione del padre della ragazza. Il professore stava sovraintendendo alla catalogazione digitale di antichi documenti rinascimentali.

I tre partono per Arezzo, città dove al tempo della Signoria dei Medici è stato rinvenuto il più incredibile dei manufatti etruschi: la Chimera. Marco e Dario non sanno che la doppia ricerca, del padre di Sonia e dei manoscritti che lui stava studiando, li porterà ad una scoperta archeologica ancora più sbalorditiva: un bronzo celato per ben due volte agli occhi di tutti, la cui esistenza appare verosimile dalla lettura dei documenti vasariani. Le tracce lasciate dal genio rinascimentale li portano ad indagare sia ad Arezzo che a Firenze, tra documenti e dipinti, archivi e antiche pievi. Ma non sono soli. Dopo aver cercato di ottenere notizie dal professore, il suo assistente e un antiquario romano, che ha fiutato la traccia del rinvenimento del secolo, seguono nell’ombra l’evolversi degli eventi. Aiutati da un’Intelligenza Artificiale con la quale sono venuti casualmente in contatto, i due fratelli riescono a interpretare gli indizi lasciati dal Vasari ma lei sola saprà districare la matassa che affonda le sue origini in un tempo lontano. Alle pendici di Aritim, in quel territorio che dopo millenni diventerà Toscana.



Intervista su RAI Radio1 di Alessandra Rauti per "Incontri d'Autore" del 22.11.2020


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Prime Pagine di "La Chimera di Vasari


PROLOGO

Aritim, 398 a.C.

Il liquido infuocato scorreva entro l’argilla come il sangue nelle vene di un giovinetto. Veloce, senza intoppi, meravigliosamente fluido. Larth, alto sullo sgabello di legno, sovrintendeva la squadra di artigiani che lo aveva aiutato nelle opere preparatorie. Gli sguardi degli uomini coperti di sudore e di fumo passavano alternativamente da lui alla colata incandescente. Pronti a ogni suo minimo cenno, rapidi ad aggiungere rame o stagno a seconda della bisogna. Il disegno, la realizzazione del modello in cera d’api, la minuziosa formatura delle linee, la maestosità del gruppo statuario. Tutto era frutto dell’impegno comune, diretto dalla sua guida e corroborato dai suggerimenti degli altri. Ma la formula del bronzo era soltanto sua. Suo era il segreto dell’esatta proporzione tra il rame, ottenuto dalle miniere dell’isola a poca distanza dalla costa, e lo stagno, che solo Tinia sapeva quanto fosse costato. Quei maledetti Fenici, con i quali si era trovato più volte a trattare, gli avevano estorto un prezzo esagerato, ma il risultato dell’opera lo avrebbe ripagato di tutta la fatica e di tutto l’oro speso.

Nessuno in Etruria avrebbe avuto statue più belle. Il tempio a esse dedicato sarebbe stato meta di pellegrinaggi e di sacrifici da parte di genti in arrivo da ogni dove. Il suo nome sarebbe stato ricordato dagli dei e dagli uomini. La prima statua, ancora più grande di quella che stava prendendo forma davanti a Larth, tra vampe di fuoco e scricchiolii di terra refrattaria che gemeva violentata da tanto impeto, era già pronta. Quattro apprendisti armati di scalpelli di ferro stavano limando le imperfezioni, lisciando le giunture di fusione, ripulendo l’argilla cotta rimasta all'interno dei sotto squadra. Era magnifica! Ma per la seconda, aveva dovuto ricorrere alla sua fantasia. Per il mostro che stava nascendo, non aveva avuto modelli naturali da copiare. Solo parti diverse, assemblate dal suo genio. La bocca fiera, il capro ferito, il serpente che tentava di mordere il suo assalitore, tutte assieme inserite in un corpo mai visto per possanza e torsione nello spazio. I maestri greci, dai quali aveva imparato l’arte della fusione, non avrebbero saputo fare di meglio. Il suo grido echeggiò nell'officina satura di vapori: «Ancora fuoco, per gli dei, che scorra, che scorra bene!»

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Un breve frinire a destra attirò la sua attenzione. Ruotò le orecchie rimanendo nella posizione a sfinge che aveva preso tempo prima. Gli occhi chiusi, perfettamente immobile. Socchiuse le palpebre e individuò la fonte del rumore che lo aveva distolto dal suo meditare. Un grillo. Un piccolo, insignificante grillo.

Non valeva la pena di una caccia. Fosse stata una mantide o una cavalletta, che in quei giorni di fine estate abbondavano sul prato, allora, forse… No, non valeva la pena lasciare la comoda posizione in cui si trovava. Il Sole sulla schiena, il prato sotto controllo, gli umani, fonte di cibo e di carezze, lì vicino. Si stirò alzandosi sulle zampe posteriori, stendendo quelle anteriori come se volesse artigliare il prato. Ora che ci pensava, poteva fare un’altra cosa degna di un micione di sette chili come lui.

Marco alzò gli occhi dalla rivista che stava sfogliando e guardò il lago in lontananza. Il Sole basso sopra le montagne faceva brillare la superficie dell’acqua e, dal patio, la distesa scintillante sembrava una grande piscina pronta solo per loro.

Dopo essersi avvicinato tutto baldanzoso a coda ritta, il gatto gli si strofinò sulle gambe con l’evidente intenzione di essere preso in braccio. Operazione preliminare a un’intensa sessione di fusa.

Dario, disteso su un lettino poco distante, stava parlando a bassa voce con Lucia. Non c’era nessun altro a turbare la quiete di quel tramonto d’estate. Sonia sarebbe arrivata di lì a poco, portando la sua avvenenza e la sua giovinezza a movimentare la serata. Lui l’aveva intravista solo una volta mentre saliva sull'auto sportiva del fratello, e l’impressione che ne aveva avuto era stata quella di una gran bella ragazza. Marco sospettava che tra lei e suo fratello ci fosse un legame più solido di quanto dava a intendere. Stavano assieme da qualche mese e Dario non faceva altro che parlare di lei.

Quella mattina aveva accennato alla cosa con noncuranza: «Vorrei invitare Sonia a cena, hai niente in contrario?»

«Io? Figurati. È arrivata l’ora di conoscerla. Per me va bene», aveva risposto Marco con finta indifferenza sorridendo sotto i baffi. Ci siamo, aveva pensato, è il momento delle presentazioni in famiglia.

La giornata era passata normalmente. Solita routine. Colazione nel patio, breve scorsa alle notizie principali sul tablet sempre a portata di mano, acquisto e vendita di azioni sui mercati globali seguendo le indicazioni di Lucia, una passeggiata fino al paese vicino tanto per sgranchirsi i muscoli e poi erano andati a pranzo. Arthur, il loro cuoco personale, si era espresso al meglio seguendo la gastronomia locale: gnocchetti di polenta di mais integrale e finferli, arrosto di tinca alle noci e susine di Dro, cremosa di ricotta alla cannella su ristretto di mosto Teroldego.

In effetti, stava riflettendo Marco, avrebbe dovuto iniziare una dieta di mantenimento. Dopo i giorni movimentati della primavera precedente e le settimane trascorse in terapia riabilitativa, si era concesso qualche lusso di troppo e stava cominciando a mettere su chili superflui. Non era così per suo fratello. L’affascinante Dario, alto più di un metro e novanta, capace di ingerire calorie come se fossero acqua fresca, manteneva il fisico perfetto che da sempre aveva fatto innamorare tutte le ragazze del paese.

Dopo pranzo, avevano rispolverato pigramente l’ipotesi di concedersi

il viaggio in Thailandia a lungo rimandato, poi si erano allungati sui lettini vicino alla piscina per prendere l’ultimo Sole.

Marco socchiuse gli occhi stirandosi. Era stato un mese lungo e difficile.

La scoperta dell’energia atomica era nulla se paragonata a quello che avevano a portata di mano.

Stavano imparando a conviverci.


Continua...